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Sperimento con strana serenità una forma vera di solitudine. Triste, ma solo un po’.

Sperimento un giorno dopo l’altro il bisogno di restarmene in disparte.

Ho raramente vissuto l’esperienza di segnare in modo più o meno indelebile le vite altrui. Uso profumi leggeri, amo tinte unite e colori maschili.

Coltivo una vita interiore che si infastidisce in modo crescente delle parole, le mie e sempre più spesso quelle degli altri.

Parlare è prendere posizione e invariabilmente dare un giudizio di valore. Dire una cosa prima dell’altra, omettere o mettere in evidenza. Forzare, accentuare oppure appiattire e trascurare. Si sceglie.

La parola restituisce una realtà che vive e respira con il ritmo che il discorso le impone. Potrebbe essere diversa o semplicemente essere, senza interpretazione, senza appropriazione.

Le parole fanno rumore, quelle dette ma anche quelle ruminate a oltranza. Meglio stare. Meglio il silenzio.

Eppure persiste un’esitazione militante: la necessità di conoscere attraverso le parole altrui quella realtà che non si vive ma che non va ignorata.

Allora la via da percorrere è esigente e richiede assiduità.

Non astenersi, ma imparare ad ascoltare prima di sceglierle bene quelle parole che si vogliono usare, renderle libere e spingerle lontano.